L'inizio dell'avventura....

 

Credo alberghi nell’animo di ciascuno un sentimento un po’ narcisista…

In uno che suona la chitarra questo sentimento potrebbe estrinsecarsi per esempio nel volere una chitarra che rechi il suo nome….la cosiddetta signature..

E’ questo che pensai una decina d’anni orsono quando, stanco di cercare lo strumento ideale, decisi che ne volevo uno che corrispondesse ai miei sogni e sanasse tutte le mancanze che avevo registrato nelle numerose chitarre che si erano susseguite in un viavai commerciale di compra/vendi/ricompra…

E come sovente accade quando mi prende la voglia di qualcosa decisi che dovevo realizzare questo mio intendimento.

Non voleva essere un’esibizione di qualcosa ma proprio  una voglia di “mio” che si estrinsecasse nell’oggetto che più amo: la chitarra in quanto tale.

Cercai allora un liutaio che non si limitasse ad apportare qualche modifica  sul suo progetto ma che fosse disponibile a rinunciare a tutto di sé tranne che alla sua capacità di realizzare nella materia ciò che passava nella mia mente. Una ricerca lunga ed infruttuosa  (pochi in effetti sono disponibili ad un tale sacrificio) per un certo tempo, fino a che non incontrai Maurizio Catania, un giovane collega che per hobby realizzava perfette copie di Solid bodies Gibson e Fender, con una particolare e riconosciuta abilità nella lavorazione della madreperla.

Grandissima manualità ma, almeno quando lo conobbi, non molta propensione ad uscire dagli schemi a lui noti (gap che con gli anni superò brillantemente).  Una reciproca conoscenza davanti ad un caffè, presentati da un comune amico, e cominciammo l’avventura. A lui il braccio (notevole), a me il compito di immaginare tutto delle mie future chitarre. Parlo al plurale perché io stesso nel comprare insieme i legni necessari volli mettere alla prova la sua e la mia abilità, progettando  contemporaneamente due chitarre, la prima ovviamente più “scarsa” della seconda in attesa di arrivare all’apice che sarebbe stata poi la mia prima archtop.  Idee chiare su ciò che volevo come legni, pickup e forme di fondo e soprattutto il colore: natural, il legno doveva essere visto nella sua realtà, senza alcuna mistificazione e copertura , vernice solo per proteggere e non per nascondere.

Mi ero sempre detto che la mia chitarra solid body ideale aveva il corpo di una Strato e la tastiera di una Gibson e questa fu la prima idea di base. Dopo tre mesi circa era pronta la mia prima C.A. (le mie iniziali). Eccola, innovativa e originale  in molti particolari, dall’elettronica ai segnatasti in madreperla e abalone, disegnati uno per uno al computer misurando millimetricamente ogni pezzo rapportato alla tastiera (feci proprio i modelli su carta uno per ogni tasto).  Mio il logo delle iniziali e ciò che volevo dall’elettronica.

Uscì fuori una chitarra che ancora oggi credo sia insuperabile…. Vediamo le caratteristiche

Corpo in un bellissimo e leggero pioppo figurato, manico in acero in tre  pezzi  (due di acero inframezzati da una barra di mogano) incollato e non avvitato, tastiera rigorosamente in ebano. Logo e segnatasti in madreperla e abalone, meccaniche Gotoh.

Elettronica: due pickup Di Marzio PafPro/ Fred: il primo al manico  dal tono caldo, il secondo al ponte  decisamente più aggressivo.  La peculiarità sta nell’assemblaggio elettronico: due volumi Push/pull e un tono. Praticamente ogni pickup può essere splittato da humbucker a single coil… in questo modo le combinazioni sono pressoché infinite e nella realtà dei fatti è uscito uno strumento potente e assai  versatile che può passare da toni caldi a rock spinto come mai ho trovato in nessuno strumento con un sustain inaspettato.

 

   

 e continuando....

 

 

Dopo il successo della prima realizzazione fare la seconda fu una sfida ancora più facile e piacevole. La strada era avviata e le idee chiare verso la meta.

La tappa intermedia doveva prevedere uno strumento che in qualche modo richiamasse l’idea dell’archtop.

E allora cominciammo dal Body: il top doveva essere arcuato e in questo la sagoma della Les Paul in qualche modo ci agevolava. Non doveva essere però una copia e allora un po’ di restyling era un atto dovuto. Intanto il fondo: avevamo comprato mesi premi un bel tavolone di mogano di serie extra (poi rivelatosi in verità un po’ incerto, infatti la metà non usata si imbarcò a farci capire che la stagionatura forse era stata un tantino approssimativa), scavato ben bene in due corpose camere tonali.

Su, un bel top in un acero tigrato che sembrava graffiare di quanto era bello. Il manico sempre in tre pezzi con la solita inframezzatura con lo stesso mogano del corpo. Un po’ di lusso in più rispetto allo spartano modello precedente. Copri truss rod placcato in oro 24k, ponte Gibson tune o matic, meccaniche Gotoh Gold, pickup Gibson Classic 57 al ponte per placare la mia sete di suono “jazzy” e un Seymour Duncan TB10 al ponte molto grintoso: anche in questo caso splittabile attraverso il comando di volume di tipo push/ push. La sfida più grossa: montare l’elettronica attraverso le buche: nessun alloggiamento posteriore accessibile.

Corpo assolutamente intonso nella più fedele tradizione della futura archtop.

Soliti madreperla e abalone profusi a piene mani (verrà poi il momento in cui abbandonerò l’eccesso di abbellimenti lasciando che sia la semplicità la maggior bellezza… ma ne parleremo dopo).

Il risultato: uno strumento a mio avviso di gran lunga superiore alla Les Paul Custom che pure amavo, più versatile e certamente di gran lunga più bello e poi…. Per la seconda volta portava incisa in oro la mia firma.

 

 

 

 

 

 

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